La vita Segreta di noi GLADIATORI

nothing is as it seems

La vita Segreta di noi GLADIATORI

Luglio 11, 2006 Articoli Gladio News 0

(fonte : il Friuli.it)

11 luglio 2006

Silendo libertatem servo, tacendo servo la libertà. E’ questo il motto di Gladio, l’organizzazione segreta “Stay Behind” uscita allo scoperto nel 1990. Il nome Gladio venne fuori nell’ottobre di quell’anno, durante l’inchiesta del giudice Felice Casson sulla strage di Peteano, nella quale persero la vita 5 carabinieri. Pochi giorni dopo, alla fine del mese, furono pubblicate parzialmente le liste dei componenti. Inoltre, l’Associazione che oggi raccoglie i membri di Gladio ha scelto come sede morale Porzus, teatro dell’eccidio dei partigiani della Osoppo da parte di alcuni garibaldini. Il caso sollevò una vera e propria bufera politica (non tutti gli organi istituzionali erano al corrente dell’esistenza della struttura) che si abbattè sul Quirinale. Casson, infatti, chiese di interrogare l’allora Presidente, Francesco Cossiga. All’epoca, si sfiorò addirittura la crisi istituzionale. Per alcuni si trattava di una struttura illegale, messa in piedi per contrastare l’eventuale vittoria del Partito comunista italiano. Molti, poi, hanno sospettato che l’organizzazione avesse partecipato in qualche modo alla strategia della tensione e hanno accostato il nome “Gladio” alle stragi avvenute negli Anni ’70. Accuse dalle quali i gladiatori sono usciti assolti. Per altri – come Cossiga, che proprose una medaglia al merito per i componenti di Gladio e che nel 2004 ha chiesto la parificazione della struttura agli altri corpi delle Forze armate – S.B. era non solo un’organizzazione lecita, ma anche meritoria. Al di là delle interpretazioni, (lasciamo l’ultima parola alla storia) i gladiatori non ebbero vita facile, né prima delle rivelazioni (dovevano mantenere il segreto anche con i familiari), né dopo. Riportiamo qui di seguito le interviste rilasciate da alcuni gladiatori per la tesi di laurea di Franco Tosolini. Come si diventava, effettivamente “gladiatori”? Le esperienze di ognuno sono diverse, anche perché gli arruolamenti erano fatti in momenti politici diversi e quando gli ipotetici gladiatori non avevano tutti la stessa età. Poteva capitare che ci si rivolgesse a ragazzi poco più che ventenni dal fare brillante e appassionato. E’ il caso di Giorgio Mathieu, presidente dell’Associazione italiana volontari Stay Behind. “Io ero poco più che giovincello. Avevo – ricorda Mathieu – tra i 19 e 20 anni quando un mio carissimo amico, un giorno, a cavallo tra la fine del liceo e l’inizio dell’università, mi disse che il mio nome era stato fatto da un importante personaggio locale del Partito liberale (il senatore Cesare Rotta, da noi tutti stimato tantissimo), in relazione a una organizzazione, un gruppo di persone, che si stavano addestrando o erano addestrate, della cui esistenza il ministro della Difesa sapeva. E quindi, il fatto che questa persona mi dicesse che il mio nome era stato fatto da una persona da me molto ammirata, unito alla mia giovane età (non avevo nemmeno 20 anni) mi ha assolutamente stimolato ed eccitato. Lo spirito d’avventura è connaturato alla giovinezza e ho dato la mia disponibilità senza sapere di più. Passò ancora un po’ di tempo e, sempre tramite questo amico, mi arrivò una convocazione per trovarmi un certo giorno al bar della stazione Termini di Roma. Io dovevo, se ricordo bene, avere in mano un giornale locale in modo da essere riconoscibile. Mi avrebbe avvicinato una persona che mi avrebbe detto che il suo nome era Angelo. Ovviamente, mi prese una grande eccitazione. Io, poi, avevo il vantaggio di fare attività politica e, agli occhi di mio padre e mia madre, potevo inventarmi una convocazione nella capitale o altrove. Presi il mio bravo trenino e mi ritrovai a Roma, nell’atrio della stazione. Mi venne incontro questo signore, piccolo di statura, bianco di cappelli, con gli occhiali e mi disse : ‘Io sono Angelo’. Da lì cominciò l’avventura”. Ad altri, invece, si spiegava subito cosa fosse l’organizzazione, raccontava Giorgio Brusin ex partigiano deceduto recentemente, il quale è stato uno dei primi gladiatori, entrando nella primavera del 1959 e frequentando il primo corso. “Io sono stato arruolato dall’allora capitano Specogna – è la testimonanza di Brusin -, che mi aveva già spiegato di cosa si trattasse. Io sono arrivato là consapevole. Per la verità, chi non sapeva ancora nulla, appena arrivato, era messo al corrente e, prima di sottoscrivere l’impegnativa (la cosiddetta Dichiarazione d’impegno) aveva la possibilità di rifiutarsi. Io sapevo già tutto, dal momento che avevo un rapporto particolare con Specogna. Lui era stato non solo nell’Organizzazione O del generale Olivieri, ma anche un comandante partigiano e, per questo, ci conoscevamo da anni”. E quali erano le motivazioni che spingevano ad accettare di essere un gladiatore? Per Gianni Cedermaz, “le motivazioni partono dalla Resistenza e anche dalle testimonianze di una Resistenza fatta in modo sbagliato. Per cui ho detto : ‘Se questo è un valore fondante e importante per tutti, cerchiamo di farlo il meglio possibile’. Poi c’è anche un altro aspetto, ovvero il fatto che, in quel contratto da noi firmato, non si parlava di comunismo, ma di occupazione del territorio da parte del nemico. Mi ricordo la frase che mi ha detto uno degli istruttori: ‘Che sia Andorra, o che sia la Città del Vaticano, anche se nel caso specifico, nel momento attuale, è il Patto di Varsavia…’. Per cui non c’era un approccio ideologico politico”. Motivazioni di carattere ideologico, quindi, alto senso della Patria e molto orgoglio nel svolgere questo compito. Lo dimostra la testimonianza di Roberto Spinelli. “Sì, ero orgoglioso di essere un gladiatore, perchè non vedevo l’ora che qualcuno venisse fuori a propormi questa attività. Sapevo che doveva esistere una tale struttura. Io mi sono fatto un mazzo così, ma l’ho fatto più che volentieri, Personalmente, ho fatto tutti i corsi, tranne quello di propaganda. Cadendo sempre a Natale, era difficile convincere la famiglia che dovevo partire perché avevo un richiamo. Non avendo detto nulla in famiglia della mia partecipazione a questa struttura, approfittavo dei vari richiami militari per andare a fare i corsi con la Gladio”. E la segretezza di Gladio merita un approfondimento. C’era chi taceva e chi, come Gianni Cedermaz, aveva raccontato qualcosa alla propria moglie. “Era impossibile uscire la notte, tornare tardi, partire per settimane – dice Cedermaz – senza dare qualche giustificazione. Una volta era semplice. Si diceva : ‘Tu, donna, taci!’ e si fingeva di essere ubriachi, si beveva la grappa prima di rientrare in casa, eccetera. A lungo andare questo non era più possibile, dal momento che la cultura era cambiata. Per cui, dalla sede centrale è arrivato il permesso di raccontare le cose, senza, però, entrare molto nello specifico. Io a mia moglie dissi: ‘Devi credermi. Sto facendo qualcosa di cui non ti devi vergognare, né tu, né i nostri figli. Lei ha accettato questa spiegazione”. E cosa successe dopo il ’90 quando vennero alla luce i nomi? “La maggior parte dei nostri parenti – spiega Mathieu – capirono e ci diedero fiducia. Questo non è accaduto in tutti i casi. Per esempio, mio fratello e la sua famiglia mi accusarono di avere nascosto loro una parte della mia vita. E, soprattutto, mi fecero capire che consideravano la mia una scelta assolutamente sbagliata. Da allora, i rapporti cambiarono e anche ora ci sentiamo solo per gli auguri a Natale. Questa è una cosa che metto tra le conseguenze peggiori. Dal punto di vista lavorativo, i responsabili dell’azienda per la quale lavoravo capirono e mi espressero la loro solidarietà, tranquillizzandomi. Tuttavia, due clienti chiesero di non essere più seguiti da me, in quanto avevano posizioni politiche diametralmente opposte alle mie. La cosa mi è pesata, anche perché uno di questi era un cliente importante. Mi rendo conto che, tutto sommato, non mi è andata troppo male. Altri gladiatori hanno perso il lavoro e, nel mio caso, i disagi sono stati trascurabili”. “Nell’istituto dove lavoravo – ricorda Roberto Spinelli – c’è stato un collega che, il giorno dopo l’uscita dei nomi, ha messo in bacheca una lettera in cui denunciava la nostra partecipazione. Diceva che noi avevamo avuto quel particolare posto di lavoro per controllare i colleghi e per riferire. Per questo, mi sono dovuto rivolgere all’avvocato e querelarlo. Naturalmente, quando si è visto arrivare la querela, il mio collega ha messo fuori in bacheca un’altra lettera, in cui diceva di non aver avuto l’intenzione di diffamare nessuno. Anche perché, nell’istituto dove avevo il posto, lavoravano altri quattro gladiatori. La cosa si è risolta così. Avrei potuto andare avanti con la querela, ma ho preferito lasciar perdere”.